di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Paola Giannini, Giulia Mancini, Leonardo Manzan, Rocco Placidi
scenografie Giuseppe Stellato
light designer Paride Donatelli
sound designer Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan

produzione La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe

Miglior spettacolo alla Biennale Teatro 2020

con il contributo della Regione Campania L.R. n. 6/2007

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Paola Giannini, Giulia Mancini, Leonardo Manzan, Rocco Placidi
scenografie Giuseppe Stellato
light designer Paride Donatelli
sound designer Filippo Lilli
regia Leonardo Manzan

produzione La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe

Miglior spettacolo alla Biennale Teatro 2020

con il contributo della Regione Campania L.R. n. 6/2007

Date Tournée

Leonardo Manzan, romano di origine, milanese di formazione, classe 1992, si è rivelato tra i giovani talenti alla Biennale Teatro di Venezia: dopo il successo di Cirano deve morire nell’edizione 2018 del Progetto Biennale College Teatro – Registi Under 30, Glory Wall è stato premiato nell’edizione 2020 come Miglior Spettacolo.
Affiancato da un team giovane e collaudato formato da Rocco Placidi, Paola Giannini e Giulia Mancini, Manzan in Glory Wall affronta il tema della censura: un argomento delicato, affascinante e attuale, soprattutto se lo si accosta al concetto di Teatro. L’arte vive di costrizioni e muore di libertà: la censura è quindi vitale per l’arte, l’arte è scandalo e lo scandalo a sua volta implica la censura. Un vero e proprio corto circuito di idee e spunti di riflessione.

 

Cos’è la censura? Cosa si censura? Ci sono dei campi più soggetti alla censura? E se sì perché? Qual è il limite da superare oggi, in Italia, per essere censurati?
L’arte che disturba, scandalizza, crea disordine; la censura che si preoccupa dell’ordine sociale mantenendo l’ordine dell’immaginazione e di conseguenza l’ordinarietà dell’immaginazione. Il gioco è questo.  Eppure non è ridicolo scandalizzarsi, spaventarsi e infine censurare qualcosa che non è reale? Perché ci si indigna di più a teatro? Il palco sembra amplificare significati e effetti di cose che nel mondo ci lasciano indifferenti. In effetti la cosa non è per niente ridicola, perché è nell’immaginazione che siamo più vulnerabili e continuamente soggetti alla più sottile e perfetta forma di censura, che è quella che sembra venire da noi stessi.  De Sade dice che un limite c’è, tra ciò che è possibile immaginare e ciò che è possibile realizzare. Ma è un limite che alla censura non interessa. La censura colpisce la realtà ma il suo obiettivo è l’immaginazione. Il suo occhio è rivolto alla cronaca, ma la sua vera ambizione sono le anime.

Leonardo Manzan

Dalla rassegna stampa

Dalla rassegna stampa

Con un briciolo di commozione, a ottant’anni scopro un giovane di talento, vuol dire che non tutto è stato vano e non tutto è perduto. A Glory Wall è andata la targa assegnata da una giuria internazionale per il migliore spettacolo della Biennale Teatro 2020.
Enrico Fiore, Controscena


In tempi di speranze ecco un lavoro interessante. In modo un po’ folle lo spettacolo è un muro davanti al pubblico, dove si aprono dei fori da cui agiscono delle mani, mentre una voce fuori campo ragiona sulla censura. Leonardo Manzan, regista di ventotto anni, ha fuoco e intelligenza per non lasciare scampo.
Anna Bandettini, La Repubblica – voto ****


Glory Wall è uno spettacolo che in teoria non c’è, eppure c’è: in questa contraddizione, o in questo paradosso, consiste la sua qualità essenzialmente umoristica.
Franco Cordelli, La Lettura – Corriere della Sera

Premi

Premi

Miglior spettacolo della Biennale Teatro 2020

La Targa è stata attribuita da una giuria internazionale composta da quattro critici e studiosi di teatro: Maggie Rose, corrispondente di Plays International, Susanne Burkhardt, corrispondente di Deutschlandfunk Kultur, Evelyn Coussens, giornalista di teatro del quotidiano De Morgen, Justo Barranco, giornalista di teatro del quotidiano La Vanguardia.

La motivazione: “Il vincitore della Biennale Teatro 2020, Glory Wall diretto da Leonardo Manzan, è lo spettacolo che ha affrontato nel modo più innovativo e radicale il tema del Festival: la censura. Comprendendo che la censura è sempre una questione di potere. In questo caso il potere, o la sua mancanza, nel nostro teatro.
Il titolo stesso, Glory Wall, parla chiaro tramite l’allusione alla Glory Hole, con le relative connotazioni sessuali, e il concetto stesso di ‘muro’ che incombe pesantemente sul nostro mondo globalizzato. Mettendo il pubblico di fronte a un muro bianco, che blocca la vista della scena, Manzan gioca in modo molto intelligente, ironico e divertente con l’idea del censurare se stessi e gli altri – e con l’importanza diminuita del teatro. Usando il muro come metafora non solo della separazione tra la scena e il pubblico, ma anche come simbolo della separazione tra idee, paesi e popoli in generale.
Il gioco che imposta con questo muro è radicale, coerente e molto immaginativo dal punto di vista formale, creando immagini e scene che riecheggeranno per molto tempo, interagendo con il pubblico attraverso minuscoli fori. Lo fa con un gioco nel quale è il regista di frammentarie parti del corpo, cioè mani, dita e polsi, che compiono micro-azioni attraverso questi fori. Lo spettacolo porta l’esperimento di Beckett con Not I a un livello superiore.
Manzan si accolla anche il compito di istruire gli spettatori nella recita di alcune parti del testo, invitandoli ad assumere vari ruoli riferiti a personaggi maschili della storia – Giordano Bruno, De Sade, Pier Paolo Pasolini – che sono stati censurati. Lo spettacolo così diventa interattivo in modo piuttosto particolare. Potrebbe anche essere inteso come un invisibile direttore d’orchestra, che impone allo spettacolo un ritmo vibrante e una cadenza avvincente per il pubblico.
Il modo in cui mette in discussione il ruolo e il significato del teatro oggi è provocatorio e inesorabile, ma allo stesso tempo dedito e impegnato. In conclusione, nell’Italia dove ‘la nuova scrittura e i nuovi drammaturghi’ sono stati per troppo tempo ignorati, malnutriti e poco sostenuti, è un piacere poter conferire questo nuovissimo premio a una nuova scrittura che non solo affronta il tema della censura posto dalla Biennale Teatro, ma offre anche al pubblico uno spettacolo impegnativo e molto divertente che recupera il potere del teatro. E della sua comunità”.

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