 
intervista a Luca De Filippo di Giulio Baffi
Una carriera teatrale iniziata misurandosi con la grande tradizione di famiglia, poi una inesauribile curiosità che l'ha portata ad incontrare momenti molto diversi tra loro della drammaturgia moderna, ora un incontro con il teatro di Samuel
Beckett, con quel tanto celebrato Aspettando Godot, con i suoi personaggi enigmatici, con le sue atmosfere rarefatte
"Aspettando Godot ha personaggi molto affascinanti, è un testo bellissimo, eppure è una delle piéces di teatro più difficili che ho affrontato. Perché
Beckett lavora su piccolissimi particolari, e questo testo esige un lungo lavoro di preparazione e di approfondimento. Su ogni parola, su ogni indicazione. Ho cercato così di comprendere i passaggi mentali dei personaggi per dare un senso ad un'architettura teatrale costruita in modo da sembrare priva di un senso logico, dove i personaggi, nel loro continuo, estenuante ed estenuato cercarsi, sembrano pensare cose diametralmente opposte e non consequenziali. A volte infatti, a proposito di questo testo, si parla di teatro del non senso, ma perché esso sia profondamente tale, ritengo che l'apparenza debba essere fortemente razionale. Solo accostando gli estremi infatti credo si possa ottenere appieno l'effetto di spiazzamento necessario".
Cosa le ha suggerito la lettura di Aspettando
Godot?

"Quando ho letto Aspettando Godot ho provato una sensazione di grande angoscia. Come per una favola, e le favole mi hanno sempre angosciato. Perché quello di Vladimiro ed
Estragone, ma anche di Pozzo e Lucky, è un viaggio senza uscita. Ecco, leggendo Aspettando Godot ti sembra di essere entrato in qualcosa da cui non sai più uscire".
Una favola o un incubo?
"Una favola complessa, come una vita da cui fuggire o da provare a colorare con i propri sogni, in cui creare le proiezioni di se stessi. E così Pozzo farà parte dell'incubo, Lucky è parte del sogno, o forse saranno essi stessi creature della loro mente".
Come ha fatto a dare concretezza a queste sue sensazioni?
"Lavorando con gli attori ma prima ancora lavorando con lo scenografo Enrico Job. Abbiamo pensato di creare uno spazio che suggerisce un gioco, il gioco di una mente ingenua, un foglio bianco su cui disegnare il proprio spazio, dove rappresentare i propri sogni, le proprie angosce, le proprie paure. Un foglio bianco, come quello di un quaderno, con i quadretti da riempire. Sembra il luogo per un gioco di bambini, ma magari suggerisce anche l'atmosfera di un ospedale asettico e gelido, o addirittura una camera mortuaria. Perché in Aspettando Godot ci sono davvero tutte le nostre paure e le nostre attese".
Perché è importante questa sensazione di attesa che segna tutto lo svolgersi dell'azione teatrale?
"Perché l'attesa è una cosa che riguarda tutti e l'attesa più grande è quella della morte. C'è chi ha detto che l'attesa di Godot è l'attesa di Dio, ma a pensarci bene Dio è la morte, o è un qualcosa che l'uomo pretende perché esiste la morte. L'uomo giustifica la morte con la presenza di Dio. Quindi ho pensato che i due personaggi aspettano di morire e trascorrono il loro tempo in quest'attesa. Una continua attesa, ma assolutamente finta all'interno di un luogo da loro stessi costruito. E' il loro spazio da cui cercano ogni tanto di uscire. Ma fuori vengono presi a mazzate e devono così ritornare precipitosamente nel loro spazio".
Un piccolo universo che sembra piuttosto un rifugio senza confini
"Vladimiro ed Estragone vivono in un loro universo autosufficiente. In questo spazio vivono anche il loro continuo cercarsi e rifiutarsi. Come una vecchia coppia consumata, dalla dinamica cosciente e precisa che richiede loro la costruzione o l'invenzione di una nuova coppia, evocata e creata a loro contrapposizione. Così compaiono Pozzo e
Lucky, che potrebbero anche essere due personaggi simili a Vladimiro ed
Estragone, nel loro continuo e disperato vagare. Ed è l'arrivo di questi che costringerà Vladimiro ed Estragone a coalizzarsi, in un momento di grande armonia per potersi contrapporre alla novità che li invade, agli intrusi, agli orchi della loro favola, agli estranei che hanno un modo tanto diverso di attendere."
Quale è stata dunque la sua scelta di regista nel costruire questa messa in scena?
"Ho voluto costruire un Aspettando Godot come se dovessi raccontarlo a mio figlio, rendendolo semplice appunto come una favola. Non credo che ne venga meno l'angoscia, non credo che diventi uno spettacolo semplice, non credo che questa normalità faccia perdere la sua cifra disperata o ne sminuisca la costruzione geniale di Beckett in questo suo girare intorno senza giungere a nulla. Questa scelta credo possa creare un po' di difficoltà per il pubblico che deve conoscere il testo su cui ho lavorato. Di questo testo non sottolineo i momenti "emblematici" lasciando spazio per l'immaginazione. Eppure ho seguito con attenzione le didascalie, che sono molte e precisissime. Beckett ci dà una serie d'indicazioni preziose che creano un percorso attraverso cui gli attori possono muoversi e inventare il loro gioco pudico".
Ha dato molta importanza alla parte giocosa dello spettacolo?
"Molto, Beckett chiede che tutto sia un gioco, in quanto anche il gioco è fine a se stesso e sono evidenti i suoi riferimenti al cinema storico e prezioso delle comiche, quello dei fratelli Marx, di Buster
Keaton, di Stanlio e Onlio, una comicità naturale che funziona perfettamente anche in teatro ed anche oggi. Ho analizzato il suo teatro ed ho fatto delle scelte, ma forse invece di parlare di comicità sarebbe più corretto parlare di grande ironia e spiazzante umorismo".
Insomma, cosa vorrebbe che fosse il suo spettacolo?
"Un gran gioco che vorrei sembrasse sensato, logico, preciso, ma che alla fine lasciasse lo spettatore con l'impressione di non aver afferrato qualcosa d'importante. E' questo credo il gran gioco del teatro di Beckett e della sua rappresentazione del gran nulla".
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