di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Paola Giannini, Giulia Mancini, Leonardo Manzan, Rocco Placidi 
regia Leonardo Manzan
scenografie Giuseppe Stellato
light designer Paride Donatelli
sound designer Filippo Lilli

produzione La Fabbrica dell’Attore, Elledieffe

con il contributo della Regione Campania L.R. n. 6/2007

di Leonardo Manzan e Rocco Placidi
con Paola Giannini, Giulia Mancini, Leonardo Manzan, Rocco Placidi 
regia Leonardo Manzan
scenografie Giuseppe Stellato
light designer Paride Donatelli
sound designer Filippo Lilli

produzione La Fabbrica dell’Attore, Elledieffe

con il contributo della Regione Campania L.R. n. 6/2007

Date Tournée

22 settembre VENEZIA Biennale Teatro
dal 13 al 18 ottobre ROMA Teatro Vascello

Leonardo Manzan si è rivelato tra i giovani talenti alla Biennale 18/19, dove è stato nuovamente invitato quest’anno a misurarsi con il tema della censura.
Glory Wall affronta dunque un argomento delicato, affascinante e attuale, soprattutto se lo si accosta al concetto di Teatro; l’arte vive di costrizioni e muore di libertà: la censura è quindi vitale per l’arte, l’arte è scandalo e lo scandalo a sua volta implica la censura. Un vero e proprio corto circuito di idee e spunti di riflessione.

Dalla rassegna stampa

Dalla rassegna stampa

Premi

Premi

Miglior spettacolo della Biennale Teatro 2020

La motivazione: “Il vincitore della Biennale Teatro 2020, Glory Wall diretto da Leonardo Manzan, è lo spettacolo che ha affrontato nel modo più innovativo e radicale il tema del Festival: la censura. Comprendendo che la censura è sempre una questione di potere. In questo caso il potere, o la sua mancanza, nel nostro teatro.
Il titolo stesso, Glory Wall, parla chiaro tramite l’allusione alla Glory Hole, con le relative connotazioni sessuali, e il concetto stesso di ‘muro’ che incombe pesantemente sul nostro mondo globalizzato. Mettendo il pubblico di fronte a un muro bianco, che blocca la vista della scena, Manzan gioca in modo molto intelligente, ironico e divertente con l’idea del censurare se stessi e gli altri – e con l’importanza diminuita del teatro. Usando il muro come metafora non solo della separazione tra la scena e il pubblico, ma anche come simbolo della separazione tra idee, paesi e popoli in generale.
Il gioco che imposta con questo muro è radicale, coerente e molto immaginativo dal punto di vista formale, creando immagini e scene che riecheggeranno per molto tempo, interagendo con il pubblico attraverso minuscoli fori. Lo fa con un gioco nel quale è il regista di frammentarie parti del corpo, cioè mani, dita e polsi, che compiono micro-azioni attraverso questi fori. Lo spettacolo porta l’esperimento di Beckett con Not I a un livello superiore.
Manzan si accolla anche il compito di istruire gli spettatori nella recita di alcune parti del testo, invitandoli ad assumere vari ruoli riferiti a personaggi maschili della storia – Giordano Bruno, De Sade, Pier Paolo Pasolini – che sono stati censurati. Lo spettacolo così diventa interattivo in modo piuttosto particolare. Potrebbe anche essere inteso come un invisibile direttore d’orchestra, che impone allo spettacolo un ritmo vibrante e una cadenza avvincente per il pubblico.
Il modo in cui mette in discussione il ruolo e il significato del teatro oggi è provocatorio e inesorabile, ma allo stesso tempo dedito e impegnato. In conclusione, nell’Italia dove ‘la nuova scrittura e i nuovi drammaturghi’ sono stati per troppo tempo ignorati, malnutriti e poco sostenuti, è un piacere poter conferire questo nuovissimo premio a una nuova scrittura che non solo affronta il tema della censura posto dalla Biennale Teatro, ma offre anche al pubblico uno spettacolo impegnativo e molto divertente che recupera il potere del teatro. E della sua comunità”.

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